o’ surdato Nnammurato: molto più di una semplice canzone.

Il “prescelto” di questo numero è un altro grande della musica italiana e napoletana: Massimo Ranieri.
O’ Surdato Nnammurato è una delle più famose canzoni in lingua napoletana.

Il testo lo compose Aniello Califano nel 1915 e in quello stesso anno vene composta anche la musica ad opera di Enrico Cannio.
Oltre alla famosissima interpretazione di Massimo Ranieri c’è da segnalare quella di Anna Magnani nel film del 1971 “La Sciantosa”.

Il brano è stato largamente riconosciuto dai tifosi del Napoli come inno ufficiale dei club ma dalla agosto 2013 è stato sostituito dalla versione composta da Francesco Sondelli. In questa canzone viene espresso il tormento amoroso di un soldato che trovandosi lontano dalla sua Napoli è costretto a separarsi dalla sua amata con la quale ha contatti solo tramite uno scambio di lettere.

Analizzando il testo si nota come la canzone sia divisa in due parti:
Nella prima viene espressa la tristezza del soldato che si trova lontano.

Staje luntana da stu core,
a te volo cu ‘o penziero:
niente voglio e niente spero
ca tenerte sempre a fianco a me.


Nel ritornello invece il soldato giura amore eterno con parole molto romantiche.

Oje vita oje vita mia
oje core ‘e chistu core
si stata ‘o primmo ammore
e ‘o primmo e ll ‘urdemo sarraje pe’ me!

Nella seconda parte invece si nota una sorta di sollievo parziale quando riceve la risposta dalla sua amata che gli dice

Scrive sempe e sta’ cuntenta
io nun penso che a te sola
nu penziero me cunzola
ca tu pienze sulamente a mme.

Questa minima consolazione permette al soldato di affrontare la vita di caserma col minor pena nel cuore.
Mentre nella mente scorrono le note di questa famosissima canzone io vi lascio, ma non temete ci ritroveremo qui puntuali per il prossimo numero della nostra rubrica canterina.

Di Gianluca Guarino.

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Uno scugnizzo di Santa Lucia: lavoro, musica e teatro. Il grande Ranieri.

Napoli sforna talenti come il pizzaiolo sforna le margherite, sempre calde, buone e divine.

Oggi voglio raccontarvi una storia…

C’era una volta, un giovane bambino che era il quinto di otto fratelli, tutti a casa lo chiamavano Gianni o Giannin’ asseconda del momento in cui lo si chiamava. Questo bambino viveva in una povera casetta: un solo vano al quinto piano di un vecchio stabile ma, fortunatamente aveva il mare, il sole e la buona musica.

Non passava giorno che il buon Gianni, non fantasticava sul suo futuro mentre passeggiava in lungo ed in largo per Santa Lucia, tra un lavoretto ed un altro riusciva a racimolare qualche moneta per portarla a casa ed aiutare la sua famiglia.

Un giorno però alcuni suoi amici, accorgendosi della bella voce che possedeva, lo costrinsero a cantare e se non l’avesse fatto, sarebbe stato gettato a mare. Gianni aveva molta paura, non sapeva nuotare e così iniziò a cantare.

Questa piccola storia è una storia che non ha una fine e cosa più bella e che non ne avrà mai una, Gianni, lo scugnizzo di Santa Lucia continuerà a deliziarci con la sua inconfondibile voce. Gianni però è conosciuto ai più come Massimo, Massimo Ranieri.

Ha iniziato la sua carriera come “Gianni Rock”, all’età di appena tredici anni riuscì ad incidere il suo primo disco e sbarcò in America, al seguito di Sergio Bruni. Il piccolo cantante si fece valere a New York, meta principale del tour. Dopo appena due anni, nel 1966, debuttò in televisione nel varietà “Scala Reale”, presentando, appena quindicenne, la canzone “L’amore è una cosa meravigliosa”.

Il futuro Massimo Ranieri arrivò nel 1968 a Sanremo e porta in finale il suo “Da bambino”. Salì sul palco dell’Ariston in coppia con “I Giganti” e anche questa performance contribuì al suo successo, sempre più in ascesa.

L’anno dopo, canta “Rose rosse”, con cui vince la sezione principale del Cantagiro, dove ormai è uno dei più amati protagonisti. Il brano rimane per ben tredici settimane in testa alle classifiche. Nello stesso anno arriva secondo a Canzonissima, con il brano “Se bruciasse la città”, ma nell’edizione successiva, datata 1970, trionfa letteralmente con la canzone “Vent’anni”.

Intanto viene pubblicato il suo primo disco, che finalmente porta il suo nome d’arte, anche nel titolo: “Massimo Ranieri”.

Il Grande Massimo iniziò anche alcune collaborazioni teatrali e cinematografiche da “Bubù”, datata 1971, a “La cugina”, del 1974, fino al noir “Con la rabbia agli occhi” di A. M. Dawson, girato nel 1976 e sul set con Yul Brinner e Barbara Bouchet. Impossibile escludere il ben noto “La patata bollente”, del 1979, film di rottura per l’epoca che vede Ranieri, fino a quel momento sempre nei panni di personaggi amati dalle donne, interpretare la parte di un giovane omosessuale che s’innamora di un operaio comunista.

Ma in questo arco di tempo, anche il cantante Ranieri si fa valere, nei momenti in cui il cinema e il teatro mollano un po’ la presa su di lui. Il disco “O surdato nammurato”, del 1972, è un omaggio alla canzone napoletana, sempre amata dal cantante di Pallonetto, che tra l’altro viene registrato dal vivo al Teatro Sistina, davanti alle telecamere Rai e per la regia del grande Vittorio De Sica. Nello stesso anno vince “Canzonissima” con “L’erba di casa mia”.

Il 2006 è l’anno dei suoi quarant’anni di carriera, festeggiato con un doppio album dal titolo “Canto perché non so nuotare…da 40 anni”. Il lavoro raccoglie i suoi migliori successi e alcuni dei più bei brani d’autore degli ultimi vent’anni.

Massimo ed il suo eterno amore per Napoli già da ora lo consacrano come Immortale.

Non possiamo più dire tanto ce penza Dio: quando si è trattato e si tratta di Napoli, nessun dio finora ha mai fatto niente.

Di Ilaria Caterina Mondillo.

La Pasteria: dalle origini alla tavola.

La diffusione della pastiera, piatto napoletano tipicamente pasquale, risale almeno al ‘600.

La leggenda è probabilmente legata al culto di Cerere le cui sacerdotesse portavano in processione l’uovo, simbolo di rinascita che passò nella tradizione cristiana.
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Dalla Sirena Partenope a Neapolis.

Miti e leggende arricchiscono il patrimonio teorico delle origini di varie città Occidentali e tra esse ritroviamo racconti di Napoli e delle sue origini che presentavano sempre più svariati miti, tra i quali proprio quella della sirena Partenope sembra essere la più diffusa tra le leggende:

“Partenope, vittima indignata dell’astuzia di Ulisse, decise di abbandonare lo scoglio delle sirene per giungere all’isola di Megaride, il nostro attuale Borgo Marinaro, in via Partenope.”

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Antonio De Curtis, Totò: Il Principe di Napoli.

Uno dei personaggi più importanti di Napoli sotto il profilo artistico, e non solo, è certamente Antonio De Curtis, in arte Totò. Nato nel 1898 e morto nel 1967 è ancora in grado di far ridere le nuove generazioni con il suo intramontabile umorismo. Un uomo che non si può definire semplicemente un attore, sarebbe troppo riduttivo; anche se la sua produzione artistica è ricordata soprattutto per l’incredibile mole di film girati e rappresentazioni teatrali, ci ricordiamo di lui anche come poeta, autore e cantante. Continua a leggere Antonio De Curtis, Totò: Il Principe di Napoli.

Enrico Caruso 142 anni dopo, l’amore per Napoli resta eterno grazie alla sua voce.

Enrico Caruso nacque a Napoli, nel 1873 sono esattamente 142 anni senza uno dei tenori più conosciuti al mondo, uno dei primi a cantare di Napoli. Enrico nacque in una famiglia che vessava in condizioni economiche non felici e come tutti gli scugnizzi napoletani iniziò a lavorare per aiutare la sua famiglia. Lavorò presso l’officina Meuricroffe come meccanico.
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Questa terra la amo.